| Masochismo e psicoanalisi |
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| Scritto da dott.ssa Rossella Valdrè | ||||||
| venerdì 11 maggio 2007 | ||||||
I
comportamenti di alcune persone e, soprattutto nella sfera
sentimentale, di alcune donne, sembrano chiaramente
autolesionistici, inutilmente portati alla sofferenza, a volte
persino piegati, oltre ogni ragionevolezza, all’umiliazione e
al disprezzo da parte del partner.
Questi comportamenti e
atteggiamenti non sono ovviamente tutti della stessa entita’,
ma si situano all’interno di uno spettro, possiamo dire, che
va da sporadici e modesti tratti relazionali di sottomissione a
veri e propri ‘stili’ comportamentali in cui la persona
sembra ricercare, nel rapporto amoroso, tutto cio’ che la fa
soffrire. Come terapeuti, ci si domanda pertanto se tali
comportamenti possano rientrare nell’ambito clinico chiamato
‘masochismo’. Occorre fare un passo indietro. Il
termine viene inizialmente usato da Freud (1905, Tre saggi sulla
teoria sessuale) per indicare alcune deviazioni sessuali in cui il
soggetto cerca, non solo accetta, la sofferenza fisica e
psicologica come mezzo per ottenere il piacere, all’interno
del registro perverso del sadomasochismo (Freud comprende presto,
infatti, che i ruoli possono facilmente ribaltarsi e “laddove
vi e’ il masochismo possiamo sempre ritrovare anche il polo
opposto, il sadismo”). Questi primi studi di Freud, per
quanto gia’ peculiarmente psicoanalitici, risentivano ancora
dell’interesse che la scienza medica della fine del secolo
scorso nutriva per le deviazioni sessuali, e sono in parte ancora
ispirati al famoso trattato di Kraft-Ebing, Psychotapia Sexualis
(1886). Freud chiama questa forma di masochismo come erogeno: esso
designa quell tipo di persone che, piu’ o meno
incosapevolmente, cercano un partner sessuale sadico, che abbia
cioe’ caratteristiche opposte alle loro e che infligga dolore
e sofferenza, realizzando cosi il rapporto perverso
sadomasichistico. Successivamente, l’interesse di Freud si
sposta sull’analisi delle fantasie inconscie che stanno
dietro alla posizione di sottomissione (1919, Un bambino viene
picchiato), scoprendo che si tratta spesso di fantasie legate al
desiderio edipico, nella bambina, di essere amata e sottomessa al
padre, e creando cosi’ le basi per la futura
suscettibilita’ adulta del masochista nei confronti di figure
paterne o che rivestano autorita’. Piu’ avanti ancora,
a conclusione del suo pensiero (1924, Il problema economico del
masochismo), Freud estende il concetto di masochismo dal ristretto
campo sessuale o dallo specifico della fantasia edipica, al
comportamento umano piu’ generale e al carattere femminile.
Al masochismo del primo tipo, detto appunto erogeno, si aggiunge
cosi’ il masochismo morale e quello femminile. La ricerca
inconscia della sofferenza non si limita piu’, quindi, allo
scenario sessuale, ma si puo’ estendere allo stile
esistenziale globale della persona, caratterizzandone le scelte, le
motivazioni, i comportamenti. Poiche’ dobbiamo sempre tenere
presente che la natura e la spinta profonda di un tale assetto
psicologico e’ essenzialmente inconscia, noi potremmo avere
una persona, ad esempio una donna per restare al nostro argomento,
che vive ripetute relazioni sentimentali autolesionistiche ed
infelici ma consapevolmente non le vorrebbe, sul piano razionale e
cosciente desidera invece, in tutta sincerita’, trovare un
partner adeguato a cui non sottomettersi e con cui vivere
serenamente. La psicoanalisi ci ha insegnato da tempo che questi
due registri, conscio ed incoscio, possono purtroppo convivere in
piena contraddizione dentro di noi, portando avanti istanze del
tutto diverse e opposte, ad esempio conscientemente possiamo
sentirci attratti da A (supponiamo, il successo di una nostra
iniziativa), ma inconsciamente remare contro verso B (lo scacco, il
fallimento della stessa iniziativa), con il risultato di generare
in noi un conflitto psichico inconscio. Lo stesso vale per le
relazioni affettive: una persona puo’ consapevolmente ed in
totale buona fede desiderare una vita sentimentale costruttiva ed
appagante, ma inconsciamente ricercare proprio quel tipo di
esperienze o di persone con le quali tali realizzazione e’
impossibile.
Il motore interno del masochismo (parliamo sempre, da ora in poi, di masochismo morale), la forza inconscia che ne costituisce la spinta, Freud la individuo’ nella presenza dell’istinto di morte (1920, Aldila’ del principio del piacere), una pulsione inconscia antitetica alla libido, cioe’ all’istinto di vita, che in queste persone e’ particolarmente elevata, o non sufficientemente fusa, mescolata cioe’ alla libido che ne dovrebbe attutire la distruttivita’, cosicche’ si ritrova libera ad operare all’interno della psiche, causando la ritorsione dell’aggressivita’ verso il Se’ (nel masochismo, appunto) o verso l’oggetto, l’Altro (nel sadismo). Il nostro inconscio e’ abitato da una lotta pressoche’ continua tra istinti di vita e istinti distruttuvi, per Freud (posizione, questa, non condivisa da tutto il corpus psicoanalitico), la notra salute e la nostra capacita’ di costruire legami positivi dipendono dalla prevalenza, in noi, di forze vitali; se prevale l’inconscio istinto di morte, la distruttivita’, di cui il masochismo e’ un’espressione, siamo portati a compiere scelte e comportamenti distruttivi per il nostro benessere, ad esempio con la scelta di relazioni amorose fallimentari e dolorosa (va precisato, naturalmente, che la distruttivita’, in quanto incoscia,non solo puo’ non apparire del tutto dall’esterno, ma puo’ essere mascherata da comportamenti di segno opposto, come e’ il caso si quei temperamenti cosiddetti maniacali sempre portati all’esuberanza e all’ottimismo). La terza tipologia di masochismo, quello che Freud vedeva come connaturato alla femminilita’ e che chiamo’ pertanto femminile (1931, Sessualita’ femminile), e’ stato oggetto di molte critiche, come e’ noto, ed e’ da ritenersi oggi un concetto piuttosto desueto. Esso si identifica con la posizione femminile passiva, per Freud e alcuni allievi (in particolare Helene Deutch, con Psicologia della donna), legata alla differenza anatomica tra i sessi che vede il maschile in posizione di attivita’ (possessore del pene) e il femminile in posizione di passivita’ (in quanto mancante dell’organo maschile, castrata). La psicoanalisi moderna ha portato aventi, in parte superandolo, il discorso freudiano, e vede nel masochismo un’origine plurideterminata: vi sono casi in cui effettivamente l’aggressivita’ del soggetto e’ rivolta verso se stesso, con necessita’ di autopunizone e quindi sofferenza masochistica, ma piu’ spesso troviamo casi in cui la ricerca inconscia della sofferenze e dell’umiliazione costituisce la ripetizione, in forma diretta o ribaltata, delle vicende traumatiche infantili. Il bambino o la la bambina che hanno subito traumi, come ad esempio genitori maltrattanti, sadici o trascuranti, possono ricercare lo stesso copione relazionale nella vita adulta, non gia’ per ricerca del piacere o per eccesso di aggressivita’ interna, ma per una sorta di perenne vicinanza all’area traumatica infantile, come se inconciamente si fosse destinati a ripetere, anche nel tentativo di modificare, un vissuto doloroso, e non si riuscisse a fare diversamente. Siamo cosi’ arrivati al tema di questo sito. Una sofferenza masochistica di origine traumatica inconscia, talora avvertita in parte anche coscientemente, puo’ determinare alcuni dei comportamenti che qui prendono il nome di Mal d’Amore. Si tratta di donne, piu’ spesso, che ‘scelgono’ ripetutamente relazioni amorose frustranti, con uomini inaffidabili, respingenti o maltrattanti, apertamente o subdolamente, che talvolta impongono loro rinuncie, infliggono sofferenze gratuite e le espongono a umilizioni su piu’ versanti della vita, in ogni caso donne che possono essere perfettamente adulte e ‘funzionanti’ in altre aree della loro esistenza, come il lavoro, ma ritrovarsi come costrette, obbligate da una tirannia interna, a vivere relazioni di questo tipo. Come se vivessero in una prigione, talvolta in un lager interiore, di cui non riescono a vedere ne’ i confini, ne’ la via d’uscita. L’esperienza analitica e psicoterapica rivela spesso, nell’infanzia di queste pazienti, una storia traumatica di deprivazione affettiva, o di violenza e abuso da parte di adulti significativi da cui dipendeva la vita del bambino, irrinunciabile per lui. Il trauma puo’ essere anche apparentemente modesto, ma ripetuto nel tempo (cosiddetto ‘trauma cumulativo’), come ad esempio una madre alternativamente affettuosa e maltrattante, e venire introiettato nella mente del bambino come l’unica realta’ possibile. Nella mia esperienza clinica, di rado ho constatato la presenza di piacere nel subire maltrattamenti da parte di queste pazienti (sebbene sia possibile, nel tempo, che in via secondaria si instauri una certa erotizzazione della sofferenza, sulla quale occorre poi lavorare in terapia), piu’ spesso l’attaccamento al partner maltrattante o trascurante posa su altre ragioni: l’idea che cosi sara’ piu’ amata, la garanzia fantasticata contro l’abbandono, o perche’ e’ l’unica forma di relazione che conoscono. Credo che quest’ultimo caso sia particolarmente significativo e meriti la nostra attenzione. Quando una bambina, nella prima infanzia, ha appreso emotivamente che per avere un po’ di attenzione e amore dai genitori doveva sopportarne gli accessi di rabbia, gli sbalzi d’umore, gli abusi o le imprevedibilita’, potra’ essere incosciamente portata nella vita adulta, anche quando non ne sussiste piu’ il bisogno, a ritenere quel tipo di relazione come naturale, l’unica possibile per lei, per lei che non e’ degna di altro. Dal punto di vista psicoanalitico, e’ dunque importante conoscere a fondo il mondo interno della donna (o dell’uomo) che soffre di questa patologia relazionale, risalire alle radici infantili inconscie dove spesso il trauma e’ stato negato o minimizzato, essendone intollerabile l’elaborazione e l’integrazione con il resto della personalita’, allo scopo di ‘rimettere mano’, insieme al terapeuta, a questo insieme di rappresentazioni interne patogene e dolorose. Credo sia importante che giunga a queste persone il messaggio che non si tratta di un destino ineluttabile, anche se il percorso puo’ essere talvolta lungo e difficoltoso, ma che noi possiamo sempre, tramite un lavoro psichico, ridare fiato e spazio alle nostre parti vitali, e riparare infine le nostre antiche ferite. Concludo con una breve vignetta clinica, ad esemplificare la spinosita’ ma anche la potenzialita’ del percorso terapeutico. Una paziente in analisi, che e’ riuscita dopo molte incertezze a divorziare dal marito, un uomo dalla grave personalita’ narcisistico-sadica che la aveva sottoposta ad ogni genere di incuria ed umiliazioni, al progressivo liberarsi di questa penosa sudditanza ha iniziato a provare un profondo senso di spaesamento, quasi di smarrimento di identita’, durato diversi mesi. “Prima sapevo dove stare – disse la paziente – avevo il mio posto…ora non ce l’ho piu’”. Solo un attento e paziente lavoro terapeutico condiviso puo’ portare questa donna brillante e intelligente, e altre come lei, a ritrovare un suo posto che non sia necessariamente quello della sudditanza ad un oggetto sprezzante e irragiungibile, come lo fu un tempo l’oggetto primario, la madre, ed in seguito tutti i suoi sadici sostituti. Quel posto, riteniamo, e’ necessariamente prima di tutto un luogo terapeutico, di qualsivoglia orientamento, purche’ capace di creare lo spazio per un nuovo discorso condiviso. Dr.ssa Rossella Valdre’ Psichiatra, Psicoterapeuta membro della Societa’ Psicoanalitica Italiana. Contributo tratto dal sito Mal d'amore
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Sembrerà la sagra dello stereotipo (o della paranoia femminile, anche), ma tutti sappiamo che lo stereotipo, dopotutto, non fa che cristallizzare un aspetto delle cose, assolutizzandolo. Parte però pur sempre da un dato realmente osservabile.

I
comportamenti di alcune persone e, soprattutto nella sfera
sentimentale, di alcune donne, sembrano chiaramente
autolesionistici, inutilmente portati alla sofferenza, a volte
persino piegati, oltre ogni ragionevolezza, all’umiliazione e
al disprezzo da parte del partner.
Questi comportamenti e
atteggiamenti non sono ovviamente tutti della stessa entita’,
ma si situano all’interno di uno spettro, possiamo dire, che
va da sporadici e modesti tratti relazionali di sottomissione a
veri e propri ‘stili’ comportamentali in cui la persona
sembra ricercare, nel rapporto amoroso, tutto cio’ che la fa
soffrire. Come terapeuti, ci si domanda pertanto se tali
comportamenti possano rientrare nell’ambito clinico chiamato
‘masochismo’. Occorre fare un passo indietro. Il
termine viene inizialmente usato da Freud (1905, Tre saggi sulla
teoria sessuale) per indicare alcune deviazioni sessuali in cui il
soggetto cerca, non solo accetta, la sofferenza fisica e
psicologica come mezzo per ottenere il piacere, all’interno
del registro perverso del sadomasochismo (Freud comprende presto,
infatti, che i ruoli possono facilmente ribaltarsi e “laddove
vi e’ il masochismo possiamo sempre ritrovare anche il polo
opposto, il sadismo”). Questi primi studi di Freud, per
quanto gia’ peculiarmente psicoanalitici, risentivano ancora
dell’interesse che la scienza medica della fine del secolo
scorso nutriva per le deviazioni sessuali, e sono in parte ancora
ispirati al famoso trattato di Kraft-Ebing, Psychotapia Sexualis
(1886). Freud chiama questa forma di masochismo come erogeno: esso
designa quell tipo di persone che, piu’ o meno
incosapevolmente, cercano un partner sessuale sadico, che abbia
cioe’ caratteristiche opposte alle loro e che infligga dolore
e sofferenza, realizzando cosi il rapporto perverso
sadomasichistico. Successivamente, l’interesse di Freud si
sposta sull’analisi delle fantasie inconscie che stanno
dietro alla posizione di sottomissione (1919, Un bambino viene
picchiato), scoprendo che si tratta spesso di fantasie legate al
desiderio edipico, nella bambina, di essere amata e sottomessa al
padre, e creando cosi’ le basi per la futura
suscettibilita’ adulta del masochista nei confronti di figure
paterne o che rivestano autorita’. Piu’ avanti ancora,
a conclusione del suo pensiero (1924, Il problema economico del
masochismo), Freud estende il concetto di masochismo dal ristretto
campo sessuale o dallo specifico della fantasia edipica, al
comportamento umano piu’ generale e al carattere femminile.
Al masochismo del primo tipo, detto appunto erogeno, si aggiunge
cosi’ il masochismo morale e quello femminile. La ricerca
inconscia della sofferenza non si limita piu’, quindi, allo
scenario sessuale, ma si puo’ estendere allo stile
esistenziale globale della persona, caratterizzandone le scelte, le
motivazioni, i comportamenti. Poiche’ dobbiamo sempre tenere
presente che la natura e la spinta profonda di un tale assetto
psicologico e’ essenzialmente inconscia, noi potremmo avere
una persona, ad esempio una donna per restare al nostro argomento,
che vive ripetute relazioni sentimentali autolesionistiche ed
infelici ma consapevolmente non le vorrebbe, sul piano razionale e
cosciente desidera invece, in tutta sincerita’, trovare un
partner adeguato a cui non sottomettersi e con cui vivere
serenamente. La psicoanalisi ci ha insegnato da tempo che questi
due registri, conscio ed incoscio, possono purtroppo convivere in
piena contraddizione dentro di noi, portando avanti istanze del
tutto diverse e opposte, ad esempio conscientemente possiamo
sentirci attratti da A (supponiamo, il successo di una nostra
iniziativa), ma inconsciamente remare contro verso B (lo scacco, il
fallimento della stessa iniziativa), con il risultato di generare
in noi un conflitto psichico inconscio. Lo stesso vale per le
relazioni affettive: una persona puo’ consapevolmente ed in
totale buona fede desiderare una vita sentimentale costruttiva ed
appagante, ma inconsciamente ricercare proprio quel tipo di
esperienze o di persone con le quali tali realizzazione e’
impossibile.